Il Made in Italy torna a casa grazie al reshoring: 120 aziende tornano a produrre nel nostro Paese

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Si chiama reshoring ed è, neanche a dirlo, l’esatto opposto dell’offshoring. Ovvero un fenomeno economico che consiste nel rientro in patria della produzione per quelle aziende che l’avevano delocalizzata all’estero. Per molte realtà, dunque, niente Made in Italy prodotto in paesi dell’Est Europa (Serbia o Romania, ad esempio) o in Oriente (Cina e Vietnam, prevalentemente), complici l’aumento del costo del petrolio, la lentezza dei trasporti via nave e l’aumento del costo del lavoro nei paesi terzi.

Reshoring, tornano in Italia 120 aziende: siamo i primi in Europa

Un vero e proprio controesodo, il fenomeno del reshoring che si è reso necessario per quelle aziende di punta che hanno deciso di valorizzare al massimo il marchio del Made in Italy, orientando (complici fattori economici favorevoli) la propria produzione sul top di gamma. Conti alla mano, stando alle cifre diffuse dal consorzio Uni-CLUB MoRe Back-reshoring Research Group, in collaborazione con Federazione Anie, le aziende italiane rientrate sono state 120 negli ultimi 15 anni. Un record europeo per il Made in Italy e nel mondo secondo solo agli Stati Uniti.

Il reshoring è un processo volontario di rientro della produzione dopo anni di delocalizzazione selvaggia e può essere compiuto in modo totale o parziale a seconda della strategia aziendale e delle variabili economiche. Una notevole spinta a questo rientro è stato dato nel corso di un decennio dalla crescente difficoltà di gestire una catena produttiva globalizzata, unita all’abbassamento – spesso registrato – degli standard qualitativi che mal si conciliano con il Made in Italy, terzo brand al mondo dopo Coca-Cola e Visa.

Reshoring, non è un semplice trasferimento della produzione da un posto all’altro

E’ bene ricordare, come sottolineano Fondazione Politecnico di Milano, Promos – Azienda Speciale della Camera di Commercio di Milano e ALDAI-Federmanager che il reshoring non è un semplice trasferimento da una sede all’altra. Questo fenomeno può avere diversi effetti sull’integrazione verticale dell’azienda e comporta una re-ingegnerizzazione di tutti i processi aziendali, dalla produzione alla logistica fino alla distribuzione vera e propria. Il rientro delle aziende ex delocalizzate può, naturalmente, portare benefici che compensano e bilanciano – ad esempio – il maggior costo della manodopera, soprattutto se accompagnato all’impiego delle nuove tecnologie.

Qualche esempio di chi ce l’ha fatta? Non solo aziende di moda come Furla, And Camicie e Aku. Sono rientrate anche imprese del comparto agroalimentare (Tonno Asdomar) e aziende di generi di consumo come Artsana (che detiene i marchi Chicco e Prenatal, ad esempio) e Beghelli.

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